A cura di “Paola Rossi – Presidente Emerito degli assistenti sociali”.

 

La pandemia si è abbattuta su un Paese in cui i servizi sociali alla persona erano già in grave crisi, costituendo ormai lo scaricatoio di problematiche sociali, rispetto alle quali il sentimento prevalente era fastidio, percependone soprattutto il costo economico per la collettività. Servizi deprivati di risorse e nella maggior parte dei casi senza una direzione tecnica, ma soprattutto privi di progettualità e di progetto politico.
Il disimpegno politico rispetto all’assistenza è ben testimoniato dall’uso massiccio del termine assistenzialismo e dalla preponderante delega al volontariato e all’associazionismo caritatevole.
Dall’arrivo della pandemia, gli assistenti sociali si sono visti investiti da una valanga di casi, anche eterogenei e complessi, per i quali è prevista una risposta economica. Allo sguardo professionale, si evidenziano una serie di problematiche preesistenti emerse con forza dirompente della pandemia e del concomitante aggravarsi delle situazioni economiche generali e famigliari.
La professionalità dei colleghi viene messa in crisi e compressa in queste drammatiche circostanze, in cui vengono ridotti o negati gli aspetti relazionali sia delle persone che dei rapporti professionali.
La necessità di dare una risposta sul piano economico alle persone in difficoltà ha chiamato in causa tutti gli assistenti sociali dei servizi di base, riducendone gli spazi operativi e di investimento professionale e progettuale, ma ha indotto la parte più impegnata degli stessi a riflettere sulla professione e sul mandato sociale, ma anche sulle politiche sociali.
I poveri c’erano e, purtroppo, ci saranno. Pur considerando che la scena attuale sia dominata da un impoverimento massiccio della popolazione e da una crisi economica che arriva ad investire anche le classi medie, occorre porsi alcune domande di fondo:
• la mancanza di risorse può essere affrontata solo tramite sussidio o necessita di interventi più complessi?
• la comunità, nelle sue espressioni anche istituzionali, come può riassorbire situazioni di disagio?
• quale contributo può dare il servizio sociale professionale, che non sia ridotto esclusivamente a strumento mirato ad intervenire sul piano finanziario?
Questi sono interrogativi che il servizio sociale si pone da sempre e che sono parte integrante di una professione che si prefigge di avere un ruolo nelle politiche sociali finalizzato alla tutela dei diritti delle persone.
Quelle riflessioni sui servizi sociali che venivano vissute come legate alla realtà operativa dei comuni e della loro politica (priva spesso di respiro e prospettiva, legata al quotidiano e anche a direttive di diverso livello), vengono riviste alla luce del mandato professionale degli assistenti sociali. Costoro, investiti in tutto il Paese da una problematica unica, propongono la loro professionale interpretazione dei servizi, del proprio ruolo e della propria funzione, rispetto ai quali chiedono di essere chiamati in causa e giudicati mentre valutano le scelte del governo e delle istituzioni ai vari livelli.
I due interventi che la SOSTOSS ha ricevuto e vengono presentati in questa rubrica, appaiono particolarmente significativi di questa necessità / volontà dei professionisti del servizio sociale di non venire usati ma di riacquisire il protagonismo che storicamente gli è appartenuto. Eventuali, auspicabili, ulteriori interventi a questo proposito verranno accolti in questa stessa rubrica.
Anche da una tragedia come quella che stiamo vivendo, può uscire un ri-orientamento della professione e un riscatto dei fondamenti e dei contenuti del servizio sociale.
Qualche decennio fa F. Ferrarotti assegnava agli assistenti sociali il ruolo di “coscienza critica delle istituzioni”. Da ciò scaturisce il ruolo determinante della professione nella de-istituzionalizzazione (manicomi, brefotrofi, eccetera) e la rimodulazione dei servizi alla persona.
Oggi gli assistenti sociali rischiano di essere appiattiti su compiti che li rappresentano solo in parte (assistenza economica ai non abbienti). Si rende quindi necessario che facciano conoscere il proprio malessere e segnalino che, passata l’emergenza della pandemia, occorrerà rivedere i servizi alla persona e orientarli e sostanziarli con criteri propri del servizio sociale, restituendo spazio alla complessità e alla unicità dell’individuo.